Archivio di settembre 2009

suonare ad orecchio

Quanti musicisti sono in grado di suonare ad orecchio un qualsiasi brano, anche semplice, senza leggere lo spartito? Pochissimi.

Conosco musicisti (molti dei quali diplomati al conservatorio) che senza pentagramma non riescono a mettere insieme due note.

Personalmente mi ritengo molto fortunata nell’avere un orecchio musicale molto sviluppato. Tutti gli insegnanti che me l’hanno sempre fatto notare mi hanno spiegato che, ho un orecchio assoluto, grazie al quale riesco a indovinare qualsiasi nota a qualsiasi altezza.

Con questo non voglio passare per il genio della musica, pero’ ritengo che per chi fa musica, suonare ad orecchio sia una marcia in più.

Di questa particolarità me ne accorsi inconsciamente già da bambina, ancor prima che iniziassi a prendere lezioni di musica.

Ogni volta che mi sedevo al pianoforte di mio nonno, cercavo di riprodurre sulla tastiera le note che canticchiavo continuamente, come ad esempio le sigle dei miei cartoni animati preferiti o quelle degli spot pubblicitari.

Molto spesso accendevo la radio e provavo a suonare a caso qualsiasi tipo di canzone, e così facevo con qualsiasi tipo di musica, passando da un genere all’altro con estrema facilità.

Quando iniziai a prendere le mie prime lezioni di pianoforte, la mia insegnante molto spesso mi rimproverava perché non voleva vedere nessuno suonare ad orecchio perchè lo riteneva dannoso per l’apprendimento musicale.

Insomma secondo lei, mi limitavo a suonare ad orecchio senza imparare a leggere le note sullo spartito.

A distanza di anni, attraverso un intenso e costante allenamento,mi rendo conto che il suo metodo era giusto solo in parte.

La mia fortuna è stata quella di seguire il mio istinto, continuando ad esercitare il mio orecchio e non solo per dilettarmi con le mie canzoni preferite. Infatti ho applicato lo stesso metodo anche allo studio classico già dalle mie prime lezioni di pianoforte.

Per esempio trasportavo in diverse tonalità qualsiasi opera mi capitasse di dover studiare, dalle Sonatine di Clementi ai pezzi di Bach o Mozart.

Con il passare del tempo, non ho mai perso questa buona abitudine, anzi ho sempre cercato di perfezionarla al meglio. Grazie a questa dote non ho avuto difficoltà ad avvicinarmi ad altri generi musicali diversi, come ad esempio il jazz.

In tutti questi anni, dunque, penso di aver scelto un metodo geniale che mi ha aiutata a sviluppare al meglio sia la mia sensibilità tecnica che quella esecutoria.

Purtroppo in Italia, a differenza dell’estero, manca un approccio serio a questa didattica che, a mio avviso, è fondamentale per sviluppare non solo l’orecchio, ma anche la musicalità in generale di chi fa musica.

Non posso pensare che un qualsiasi musicista, soprattutto diplomato, non sia in grado di suonare uno strumento senza l’ausilio di uno spartito musicale.

Inoltre la cosa che mi sbalordisce di più è che molti musicisti (compreso gli insegnanti) facciano gran fatica ad andare al di là dello studio classico.

Tornando al discorso della mia vecchia insegnante di pianoforte, lei molto spesso mi diceva sempre:

“Prima ti diplomi e poi pensi a suonare quello che ti pare e come ti pare”.

Niente di più sbagliato.

Secondo me certe cose vanno stimolate e allenate da subito. Col tempo si rischia solo di arrugginire certi meccanismi e di affievolire le rare capacità di questo tipo.

Il mio modesto parere è quello di cercare di imparare a produrre le melodie che si ascoltano, di esercitarsi all’infinito, cercando di trovare il tasto giusto per ogni nota cantata.

A tutto questo ritengo che una riforma didattica dovrebbe orientarsi molto più su uno studio mirato a sviluppare l’ascolto di un allievo, avvicinandosi ad altre dimensioni musicali, come ad esempio il jazz, dove l’orecchio e l’improvvisazione contano tantissimo

Bisognerebbe dare uno sguardo ai metodi di molte scuole americane, in cui tantissimi insegnanti impartiscono lezioni di ear-training.

Mi rendo conto che in Italia tutto questo non è semplice, in quanto richiederebbe uno stravolgimento dei parametri didattici dei vari insegnanti di conservatorio.

Se a tutto ciò aggiungiamo che molti insegnanti si rifiutano di creare musica nuova, sia per ragioni artistiche che professionali, la cosa sembra addirittura impossibile.

Lucia

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Oggi leggevo su Internet la notizia di Robbie Williams riguardo al suo nuovo disco.

Fin qui tutto normale, se non fosse per un piccolo particolare che mi ha colpita: La pop star ha deciso di promuovere solo il disco, rinunciando però al suo tour.

Ho continuato a leggere la notizia ed ho scoperto che il motivo di questa sua scelta ha a che fare con un disagio che, purtroppo non risparmia nemmeno i cantanti affermati come lui: L’ansia da palcoscenico.

A quanto pare l’ex Take That, nonostante abbia alle spalle una lunga carriera di tutto rispetto, ha ammesso di sentirsi spaventato dall’idea di dover affrontare il suo pubblico durante i concerti, e di tornare con i suoi ex compagni.

Insomma, ha ammesso di non sentirsi pronto per iniziare una nuova avventura musicale in giro per il mondo e di non tenere concerti finché non ritroverà un equilibrio interiore. Da fan posso solo augurargli di superare al più presto il disagio che sta vivendo.

Ma questo problema, come dicevo prima, colpisce un po’ tutti e non solo gli artisti di un certo livello.

Se sei un cantante o un musicista, sicuramente sarà capitato anche a te di essere colto dall’insicurezza, di provare quell’attimo di smarrimento davanti al pubblico e di avere una paura tremenda di sbagliare.

Penso sia l’incubo peggiore di tutti, oltre al timore di dimenticare improvvisamente le parole di una canzone o di prendere qualche nota stonata o un accordo fuori tonalità.

Le mani, come la voce, ti possono tradire in qualsiasi momento.

Fin quando sei a casa o in una sala prove ti senti al riparo da qualsiasi occhio indiscreto. Invece quando sei in pubblico le cose cambiano totalmente. L’ansia prende facilmente il sopravvento e non è sempre facile restarne indifferenti.

Per evitare questi ed altri spiacevoli inconvenienti, ogni artista cerca di trovare il metodo giusto, sperando di risolvere il problema.

Per quanto mi riguarda, prima di salire sul palco cerco sempre di isolarmi dagli altri per qualche minuto, in modo tale da scaricare un pò la tensione e di pensare alle parole che mi diceva sempre il mio insegnante di musica:

Nel momento in cui sei al centro della scena, diventi il punto di riferimento di un’intera platea, hai tutti gli occhi puntati su di te.

La cosa migliore da fare in quel momento è di pensare solo alla musica e cercare di tirare fuori il meglio di te.

Ma pensi che tutto ciò possa bastare per sconfiggere questa fobia, se così si può definire?

Forse un pizzico di narcisismo, unito ad una forte determinazione, può dare ulteriormente quel tanto di sicurezza in più?

Lo psicologo Anthony Kemp ad esempio, sostiene che il “musicista ideale” caratterialmente dovrebbe essere una specie di “impavido introverso” (due aspetti diversi ma allo stesso tempo molto affini tra di loro).

Secondo me per suonare in pubblico, bisogna essere già di per se abbastanza estroversi per affrontare meglio la folla e sconfiggere qualsiasi timore. Se un musicista fa fatica a starsene davanti ad un pubblico, credo che difficilmente possa esprimere liberamente le sue capacità artistiche, correndo il rischio di lasciarsi prendere dallo sconforto e di rinunciare alla sua carriera.

Altri, invece,sostengono che persino l’umore e soprattutto il nostro approccio verso determinati generi musicali possano influire molto sull’esecuzione di un artista.

Ad esempio, ti è mai capitato di imparare nel giro di poco tempo dei pezzi e di suonarli con piacere, rispetto ad altri che, nonostante li suoni per settimane, mesi e addirittura anni, fai fatica a memorizzarli perché già a priori provi un forte senso di rifiuto che ti frena inspiegabilmente?

Forse tutto questo accade perché alcuni brani, rispetto ad altri, non ti lasciano nessun tipo di emozione?

Può darsi sia cosi’.

Dunque per evitare di fare qualcosa che possa compromettere le proprie capacità artistiche, é importante sconfiggere qualsiasi timore e di non farsi mille problemi riguardo a cosa possano pensare gli altri di te mentre sei al centro del palcoscenico.

Vivi quel momento in modo da renderlo indimenticabile per te e per chi ti ascolta.

Lucia

canta-in-playback

Un artista che canta in plyback, può essere definito un professionista del palco?

Da quando ho iniziato ad esibirmi per la prima volta su un palco ho sempre escluso l’idea di poter cantare in playback.

Non l’ho mai ritenuto necessario, nemmeno quando non ero al top delle mie doti vocali, e non solo per via di un semplice raffreddore o cose simili.

Con questo non voglio assolutamente peccare di presunzione, anzi, voglio semplicemente spiegare il perché di questa mia scelta.

Quando ascolto qualcuno che canta in playback, difficilmente mi emoziono, anche se si trattasse della mia canzone preferita.

E poi, penso sia ridicolo e soprattutto inutile per il pubblico pagare tanti soldi per assistere ad uno spettacolo dove chi dovrebbe cantare e suonare sul serio, si limita solamente a scimmiottare davanti a un microfono.

 Difficilmente me ne starei seduta a guardare uno spettacolo dove tutto si fa tranne che suonare e cantare dal vivo.

Mi sentirei presa in giro!

Qualcuno pensa che al pubblico non importi più di tanto se un musicista si esibisca dal vivo o meno, tanto alla fine quel che conta sono le vendite dei dischi.

Ma queste persone forse non sanno, o fanno finta di non sapere, che molti cantanti non amano il playback, anzi, ne farebbero volentieri a meno (ho voluto pubblicare la foto di Freddie Mercury proprio perchè era uno di quelli che non ha mai fatto ricorso al playback).

Alcuni artisti fanno finta di cantare più per necessità che per una loro scelta, magari per non sbagliare e per fare bella figura, oltre al fatto di voler evitare eventuali disagi tecnici che possono incontrarsi durante una diretta televisiva. Però se ci pensi bene non è poi così professionale.

E’ anche vero che  ci sono certe situazioni in cui la musica nasce per essere riprodotta solo in un certo modo e che quindi risulta difficile riproporla alla stessa maniera di come viene registrata in sala d’incisione.

A tale proposito mi viene in mente Massimo Ranieri, Francesco de Gregori o Gianni Morandi. Durante la loro carriera artistica si sono sempre esibiti dal vivo (anche in tv), riuscendo a vendere dischi accontentando anche il pubblico più esigente. Le loro interpretazioni erano sempre differenti.

Le stesse emozioni le provo anche quando su Youtube mi capita di rivedere qualche performance live di Celine Dion, Micheal Jackson, Freddie Mercury o di altri artisti con la “A” maiuscola.

Insomma, chi decide di intraprendere questo mestiere deve dimostrare di saper cantare e suonare in qualsiasi modo, e di mettere in evidenza le proprie capacità artistiche che non sono solamente quelle relative all’incisione discografica e quindi artefatta.

Capisco che non è semplice stare su un palco per un paio d’ore e presentare un vasto repertorio, magari difficile e molto impegnativo.

Ma sono del parere che nonostante tutto è sempre meglio una nota calante o un po’ stonata piuttosto che aprire bocca e far finta di cantare.

Lucia

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